La rivista scientifica “Global Ecology and Conservation” ha recentemente pubblicato un lavoro che analizza le specie cacciabili in Europa e le cause del declino: nessuna correlazione fra cacciabilità e probabilità di declino di una specie
Il lavoro “ Né la cacciabilità legale né l’interesse venatorio legato al prelievo spiegano le variazioni su larga scala nella probabilità di declino della popolazione a livello europeo” degli Autori Eva de la Peña, Beatriz Arroyo, Marta Cruz-Flores, Barry J. McMahon, ha messo a confronto la cacciabilità delle specie in Europa, il livello di prelievo (considerato un indice dell’interesse venatorio) e le tendenze delle popolazioni nidificanti per valutare se il fatto che una specie sia cacciabile e le quote di prelievo siano correlate alla probabilità di declino delle specie.
I risultati dell’analisi statistica, che includeva numerosi fattori, hanno dimostrato come prima conclusione che non c’è correlazione fra la cacciabilità di una specie e la probabilità che sia in declino. Un’analisi ulteriore ha evidenziato che l’interesse venatorio, espresso come entità dei prelievi, non è correlato alla probabilità di declino delle specie. In altre parole, le specie soggette a maggior prelievo non sono destinate a diminuire per causa della caccia.
L’analisi ha riguardato anche le specie dell’Allegato 1 della direttiva (quelle non cacciabili) per quali è invece risultata evidente la correlazione fra il declino e le caratteristiche delle specie, quali il legame con gli habitat agricoli, la nidificazione sul terreno e l’agricoltura intensiva.
Per quanto riguarda le specie cacciabili gli Autori propongono come spiegazione anche il fatto che molte specie cacciabili sono oggetto di gestione attiva degli habitat e di controllo dei predatori.
Gli Autori concludono che non si può affermare che la caccia non debba essere considerata un elemento di impatto sulle popolazioni, in particolare a livello locale; tuttavia, questa prima analisi dimostra che il fatto che una specie sia cacciabile e l’entità del carniere non possono essere considerati i fattori che determinano le tendenze delle popolazioni.
Un lavoro che va nella direzione da tempo sostenuta dall’Ufficio Studi e Ricerche di Federcaccia, che conferma l’importanza delle azioni di gestione ambientale quale principale fattore da considerare per la conservazione a lungo termine dell’avifauna sia cacciabile, sia protetta.
Il secondo sequestro di un impianto a biogas a Chiari, avvenuto la scorsa settimana con l’intervento di Carabinieri Forestali, Direzione antimafia e Arpa è un già visto inquietante, dopo quello analogo avvenuto a febbraio.
L’ipotesi di reato, che parla di 144 tonnellate di liquami dispersi sul territorio, rappresenta un incubo per la salute della città, già oggetto di gravi superi dei livelli di azoto in falda.
Il sindaco Gabriele Zotti è intervenuto sui social dopo il secondo sequestro: «Gli impianti di biogas rappresentano una grande opportunità di reddito e sostenibilità per gli agricoltori – ha scritto – a patto che vengano gestiti nel pieno rispetto delle regole ambientali, di sicurezza, di alimentazione dell’impianto e gestione dei reflui.
Se le indagini dei Carabinieri Forestali dovessero confermare la non conformità alle norme, ne sarei profondamente rammaricato».
Dopo le reazioni di Roccafranca, che con il Gruppo Ambiente aveva segnalato «odori nauseabondi da troppi giorni», anche Urago d’Oglio si è attivata con un post di segnalazione al sindaco di Chiari: «Sono cinque anni – scrive Nicoletta Belloli – che il nostro paese riceve sversamenti paurosi. Mi auguro che tutto questo non avvenga più».
Ora la magistratura potrebbe imporre all’ente o ai proprietari terrieri prelievi e relative bonifiche. Ma in questo caso i prelievi potrebbero essere coordinati anche con la verifica delle falde, con costi e «brutte sorprese» che potrebbero essere enormi.
Gli agronomi. che stanno seguendo alcune aziende dell’Ovest Bresciano, dichiarano: «Speriamo non si trovino pure metalli pesanti, o l’agricoltura e l’allevamento andranno in tilt e la salute dei cittadini sarà un altro problema significativo».
Ma perché non sono stati fermati o verificati adeguatamente prima certi contesti? «Perché ci si accontentava di normative lacunose – spiega uno dei tecnici agronomi – mentre è invece la prima volta che viene scoperchiato un sistema tanto complesso e pericoloso, se la magistratura lo confermasse. Noi stessi non vorremmo lavorare per aziende che avvelenano anziché nutrire».
Il magistrato ha disposto altresì un sequestro preventivo per complessivi 807 mila euro.
Secondo il Magistrato sarebbe stato superato in modo sistematico e significativo il limite annuale di 170 chilogrammi di azoto per ettaro, previsto per le Zone vulnerabili ai nitrati.
Il limite è fissato per contenere il rischio di contaminazione delle acque superficiali e sotterranee provocata dai nitrati.
Noi non vogliamo certo sostituirci a Giudici o a tecnici ed amministratori; rileviamo soltanto che più volte abbiamo sentito lamentele dei nostri associati rispetto agli sversamenti che, sicuramente, bene non fanno neanche alla selvaggina e ci auspichiamo che queste pratiche illegali possano davvero cessare.

